Salario minimo: le novità della direttiva UE

Il 7 giugno 2022 è stato raggiunto l’accordo politico provvisorio tra il Consiglio dell’UE e il Parlamento europeo sul progetto di direttiva relativa a salari minimi adeguati nell’UE a seguito di proposta della Commissione europea del 28 ottobre 2020.  

I motivi che hanno spinto la Commissione a sollecitare l’intervento dei Legislatori trovano ragione nell’ormai radicato aumento della povertà e conseguenti diseguaglianze sociali riscontrabili nel variegato scenario europeo. 

Le cause sono molteplici ed eterogenee: le nuove tendenze strutturali che hanno rimodellato i mercati del lavoro, quali la digitalizzazione, l’aumento delle forme di lavoro atipiche, in particolare nel settore dei servizi, un aumento della percentuale di posti di lavoro a bassa qualifica e dunque a bassa retribuzione e, da ultimo, la crisi COVID-19 la quale ha colpito bruscamente tutti i settori economici, ma in particolare i settori trainati da lavoratori a basso salario, quali il commercio al dettaglio e il turismo. 

Le predette cause, riportate a titolo meramente esemplificativo, hanno senz’altro contribuito all’indebolimento delle strutture di contrattazione collettiva tradizionali cui è conseguito, inevitabilmente, un notevole aumento della povertà lavorativa e delle disuguaglianze salariali. 

Ecco che, alla luce di uno scenario poco confortante l’Unione si è attivata al fine di creare condizioni di base comuni per garantire che i lavoratori dell’UE abbiano accesso a opportunità di impiego e a salari minimi adeguati; condizione necessaria al fine di favorire una ripresa economica che sia al contempo sostenibile ed inclusiva. 

Gli obiettivi della direttiva proposta, che a breve esamineremo, sono del tutto coerenti con l’art. 31 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea secondo cui “Ogni lavoratore ha diritto a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose”, ciò anche nei termini di garantire la riduzione del divario retributivo di genere. 

Anzitutto, è interessante sottolineare che secondo l’UE, al fine di migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle persone nel territorio dell’Unione, e dunque garantire loro dei salari equi che consentano di vivere una vita dignitosa, occorre adottare soluzioni differenti che tengano conto delle diverse tradizioni e dei diversi punti di partenza dei Paesi. 

Nella specie, la tutela garantita dal salario minimo può essere fornita sia mediante contratti collettivi, come accade in sei Stati membri, oppure mediante salari minimi legali stabiliti per legge, come accade in 21 Stati membri. 

Dunque, anziché fissare un salario minimo comune europeo, l’UE intende definire un quadro per salari minimi adeguati in Europa e per farlo rafforza il ruolo delle parti sociali e della contrattazione collettiva.Avv. Eleonora Pintus, Diritto dell’Unione Europea

La direttiva fissa, pertanto, degli obiettivi pertinenti sia per i sistemi basati su un salario minimo legale sia per quelli basati sulla contrattazione collettiva. 

Nuovi obiettivi e come raggiungerli

Come riportato da fonti ufficiali, la direttiva fissa tre obiettivi principali:  

  • stabilisce procedure per l’adeguatezza del salario minimo legale; 
  •  promuove la contrattazione collettiva sulla determinazione del salario; 
  • migliora l’accesso effettivo alla protezione del salario minimo per quei lavoratori che hanno diritto a un salario minimo ai sensi del diritto nazionale (come, ad esempio, quello da salario minimo legale o da contratti collettivi). 

Quanto al primo, gli Stati membri con salari minimi legali sono tenuti a mettere in atto un quadro procedurale per fissare e aggiornare questi salari minimi secondo una serie di criteri improntati alla trasparenza. Gli aggiornamenti dei salari minimi legali dovranno avvenire ogni due anni (o quattro in alcuni casi) e nella procedura di definizione e aggiornamento dei salari minimi legali dovranno essere coinvolte le parti sociali. 

Con il secondo obiettivo, i legislatori hanno convenuto che i paesi dovrebbero promuovere il rafforzamento della capacità delle parti sociali nella contrattazione collettiva e, laddove la contrattazione collettiva sia inferiore a una soglia dell’80%, gli Stati membri sono chiamati a definire un piano d’azione per aumentare progressivamente il tasso di copertura della contrattazione collettiva. 

Nel terzo obiettivo, invece, il Consiglio e il Parlamento europeo hanno concordato di migliorare l’accesso effettivo dei lavoratori alla protezione del salario minimo attraverso: maggiori controlli da parte degli ispettorati del lavoro oppure mediante l’implementazione della capacità delle autorità di perseguire i datori di lavoro non conformi. 

Come anticipato, l’accordo raggiunto è solamente provvisorio e dovrà essere confermato dal Coreper cui farà seguito una votazione formale sia in seno al Consiglio che al Parlamento europeo. 

Definita la cornice della disciplina, viene spontaneo chiedersi quali obblighi gravano, per l’effetto, in capo agli Stati membri. 

Obblighi degli Stati: cosa accadrà in Italia?

Lo strumento normativo prescelto, ossia la Direttiva, consente di fissare prescrizioni minime in materia di condizioni di lavoro applicabili progressivamente dagli Stati membri i quali, a tal fine, saranno chiamati a recepirla nell’ordinamento interno mediante l’adozione di un atto normativo idoneo al conseguimento dello scopo fissato dalla norma comunitaria.  

Nel caso in esame, una volta adottata la Direttiva, gli Stati membri avranno due anni di tempo per recepirla nel diritto nazionale.  

Tuttavia, non bisogna dimenticare che, poiché la competenza in merito alle retribuzioni a livello nazionale spetta agli Stati membri, l’intervento dell’Unione non può che essere circoscritto alle sole situazioni che possono essere affrontate e risolte efficientemente solo a livello europeo. È esattamente ciò che accade nell’ipotesi di accesso a un salario minimo adeguato in cui l’Unione interviene al fine di eliminare le discrepanze nel mercato unico. 

Questo cosa comporta dal lato pratico? 

Ciò comporta che gli Stati membri in cui sono già in vigore disposizioni più favorevoli di quelle elaborate nella proposta di direttiva non saranno tenuti a modificare i loro sistemi di determinazione dei salari minimi sebbene, nell’ottica di migliorare le condizioni di vita e lavoro dei lavoratori, potranno liberamente decidere di andare oltre le prescrizioni minime stabilite. 

La proposta lascia pertanto quanto più margine possibile per le decisioni nazionali. 

Quanto all’Italia, il Ministro dello sviluppo economico ha commentato che i salari rispettano già la soglia minima prevista dall’accordo ma non ha del tutto escluso la possibilità di recepire la direttiva, perlomeno per alcuni settori produttivi. 

Nel nostro paese come è noto, nel 2019 sono state avanzate alcune proposte di legge da parte del Movimento 5 Stelle e del Centro sinistra (cd. ddl Catalfo), ad oggi all’esame del Senato, che prevede: un salario minimo orario di 9 euro lordi l’ora; il riconoscimento dei Ccnl maggiormente rappresentativi, in chiave anti-dumping; un meccanismo di rivalutazione legata all’indice dei prezzi al consumo. 

In conclusione, riassunti gli indirizzi comunitari sul punto, nell’attesa di approvazione definitiva della Direttiva sui salari minimi, non ci si può che auspicare che gli Stati, mossi dall’impulso del legislatore europeo, si attivino al fine di adottare politiche ed applichino disposizioni legislative, regolamentari o amministrative più favorevoli ai lavoratori e riconoscano loro un reddito sufficiente a raggiungere una soglia che garantisca una vita dignitosa ovunque essi decidano di lavorare. 

Eleonora Pintus, Avvocato

 

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